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Dal 1930 cappelli a Milano

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Milano

Descrizione:

Gallia e Peter è la più antica modisteria di Milano. Laura Marelli, che continua con passione la tradizione di famiglia, ne ha fatto un luogo dove un mestiere, molto simile a un’arte, riesce ad essere al tempo stesso antico e attualissimo.
Nell’insegna del suo atelier convergono, dopo quattro generazioni, le due dinastie di modisti più famose d’Italia: quella torinese dei Gallia, cappelleria ufficiale della Casa Reale, e quella milanese dei Peter. Il matrimonio tra Mariuccia Gallia con il figlio di Cornelia Peter ha dato inizio negli anni ‘30 a questo marchio in via Montenapoleone. In breve tempo il negozio diventa la modisteria della “Milano bene”, grazie anche alla collaborazione con le migliori case di Alta Moda del tempo. A Laura va il merito di essere riuscita a condensare in una mirabile sintesi l’eredità di una storia artigianale di grande maestria con la sua grande creatività che la spinge verso forme, stili e idee di sorprendente attualità e talvolta di vera avanguardia. Grazie a lei la clientela si espande a livello internazionale e iniziano le collaborazioni con i maggiori stilisti: Armani, Ferrè, Curiel, Versace, Dior, Moschino, Prada.
Nel 2010, dopo quasi 100 anni negli storici locali di Via Montenapoleone, Laura Marelli trasferisce la Gallia e Peter in via Moscova. Un negozio-salotto più in linea con la clientela esigente e raffinata di oggi e più adatto a un’espressione creativa che intreccia arte e artigianato.
Ciò che resta intatta è la cura e l’innovazione con cui vengono creati i modelli: lavorati interamente a mano con le stesse attrezzature degli anni ’30 e realizzati con materiali unici, spesso anche stampati e tinti a mano. E, soprattutto, sono cappelli pensati per valorizzare al massimo la donna che li indosserà.

materiali: cotone, raso, seta, tessuto
prodotti: cappelli, veli

Indirizzo

  • Mappa Artigiano

Contatti

  • Via della Moscova, 60, Milano, MI
  • : +39 02 76002628
  • : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Orari:
    10:00 - 12:30
    15:00 - 18:00
  • Domenica su appuntamento
  • Chiusura: lunedì, sabato, domenica
  • Su appuntamento:
  • Servizi al pubblico:
  • L’industria globale del lusso è tuttora dominata da marchi europei: e questo è un dato di fatto che nel medio termine non dovrebbe conoscere rilevanti cambiamenti. Nonostante molte discussioni, possiamo dire che sono ancora assai pochi i marchi di lusso che sono emersi da mercati in rapida crescita come la Cina, o anche da mercati più maturi come il Nord America. L’Europa rimane il cuore commerciale e spirituale del lusso: un fattore importante, se consideriamo quanti vantaggi competitivi, specialmente nella manifattura, stanno migrando verso est. Una delle ragioni più importanti a spiegazione di questa situazione risiede in quelle che potremmo definire le proprietà culturali del marchio. Per «culturali» mi riferisco a quella reputazione nazionale, difficile da definire eppure assai rilevante, che si è sviluppata a livello regionale o locale in relazione sia a particolari capacità artigianali (pensiamo alla lavorazione della pelle a Firenze, per esempio) sia a una qualità specifica (le briglie in pelle colorate con tinture vegetali tipiche dell’Inghilterra). Ciò è spesso rafforzato da quello che si definisce «heritage», che corrisponde al lungo periodo di tempo durante il quale una particolare competenza è stata sviluppata in una data regione. Presi insieme, questi aspetti culturali e creativi (che contribuiscono alla reputazione del brand e della nazione stessa) rappresentano asset di «soft power» di grande rilevanza, importanti per il successo dell’industria del lusso anche quando non intesi in questa accezione. E la componente artigianale di questo «soft power» è un fattore critico intrinsecamente legato sia ai valori dei singoli brand sia a una più ampia reputazione nazionale.

    Credo anche che i brand del lusso non si limitino a essere beneficiari di un «soft power» nazionale positivo, ma che contribuiscano a loro volta, in una sorta di spirale virtuosa, alla reputazione del loro Paese fungendo da ambasciatori, ovvero comunicando (a clienti che si trovano in mercati rilevanti ma lontani) i nostri valori nazionali contemporanei in maniera più efficace e più significativa rispetto a quanto facciano i nostri governi. Analogamente, i settori indipendenti del lusso e del mestiere d’arte possono contribuire ai valori tangibili di autenticità ed esclusività. Élite è forse una brutta parola, ma perché non aspirare a essere i migliori? In Europa cerchiamo di essere una società aperta ed equa, il che contribuisce in maniera non irrilevante alla forza del nostro «soft power»: ma è una conquista che costa cara. Lottare per arrivare agli standard più elevati ripaga in termini di business globale, ma anche a livello locale può ingenerare una legittima aspirazione al miglioramento e un senso di prosperità.

    Vorrei quindi dire che sia i brand del lusso sia gli artigiani che nel lusso lavorano dovrebbero essere più fieri e consapevoli del loro contributo culturale e commerciale, da cui viene anche la responsabilità di mantenere gli standard elevati, di investire in nuove risorse, di combattere per preservare le nostre competenze più significative, di innovare. Dobbiamo anche, credo, essere preparati a lavorare più duramente per influenzare la classe politica e spiegare non solo quali siano le nostre credenziali in merito al «soft power», ma anche quali siano i nostri contributi all’economia, alle finanze pubbliche e all’occupazione. Alcuni governi trovano ancora difficile considerare le cose belle e ben fatte alla stregua delle produzioni industriali. E anche se tante piccole e micro imprese portano a numeri consistenti in termini di occupazione, esse tendono a essere troppo difficili da inquadrare da parte dei governi, che non potendole misurare non riescono a valorizzarle e tesaurizzarle. Ma non sono solo i politici quelli che dobbiamo persuadere. Dobbiamo fare in modo che i mestieri d’arte siano maggiormente presi in considerazione anche dai giovani, così che si possa disporre di più apprendisti per il futuro. Per quanto sia spinoso ammetterlo, nonostante alcuni recenti passi avanti il design è ancora visto come una disciplina assai più affascinante che non i mestieri del fare; una parte della soluzione sta dunque nel dare maggior prestigio ai mestieri d’arte, rendendoli così più attraenti.

  • Era nelle intenzioni del suo fondatore, il collezionista e studioso londinese Herbert Percy Horne, fare della propria dimora la sede prestigiosa dove conservare le sue collezioni, ma anche un luogo pulsante di vita utile a conoscere la storia e l'arte. Nelle sale del museo Horne il Santo Stefano di Giotto emerge in tutta la sua importanza, ma la collezione comprende anche autori come Filippo Lippi, Bernardo Daddi, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Dosso Dossi, Antonio Rossellino, Jacopo Sansovino, Agnolo di Polo, Jacopo del Sellaio, Luca Signorelli, Pietro di Giovanni d’Ambrosio, Niccolò di Segna, Piero di Cosimo, Desiderio da Settignano, Bartolomeo Ammannati, Lorenzo di Credi, Carlo Dolci, Gian Lorenzo Bernini, Domenico Beccafumi, il Giambologna e una preziosissima tavola di Masaccio: i pezzi esposti sono oltre seimila.
    Dalla fine dell'Ottocento questi capolavori insoliti di pittura, scultura, ceramica, oreficeria, mobili, placchette, sigilli e stoffe convivono elegantemente e in piena armonia nella sede di palazzo Corsi, nel quartiere di Santa Croce a Firenze.

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SERVIZIO E CORTESIA

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AvatarMini Balz

Milano

Ottimo!!!!

Gennaio 2017

Gentilissima e disponibile!!! Mi sono soddisfatta di loro lavoro. Ritornerò la prossima occasione. Grazie.
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Mini Balz
2017-01-24T11:45
Gallia e Peter
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