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Scarpe uniche e su misura

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Bologna

Descrizione:

A partire dagli anni '60 Bruno Peron si dedica con passione all'arte della calzatura. Nel 1985, dopo aver appreso i segreti del mestiere, apre il primo negozio con marchio Peron. Oggi le sue scarpe sono conosciute in tutto il mondo, grazie anche al contributo del figlio Simone, che nel 1995 porta la collezione Peron a Pitti Uomo a Firenze.
La parola d'ordine è 'bespoke': ogni paio è fatto interamente a mano adattandosi alle misure e alle richieste del cliente, che viene coinvolto attivamente dall'ideazione alla rifinitura dei dettagli, personalizzando il prodotto e raggiungendo il massimo comfort. Caratteristica unica di questi maestri è la sensibilità nell'interpretare e soddisfare ogni esigenza.


Photo credit: Dario Garofalo – www.italia-sumisura.it


materiali: cuoio
prodotti: scarpe

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Contatti

  • Piazza San Francesco, 14/A, Bologna, BO
  • : + 39 051 234876
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  • Orari:
    8:30 - 12:30
    15:30 - 19:30
  • Giovedì 8:30-12:30
  • Chiusura: domenica
  • Su appuntamento: No
  • Servizi al pubblico:
  • L’industria globale del lusso è tuttora dominata da marchi europei: e questo è un dato di fatto che nel medio termine non dovrebbe conoscere rilevanti cambiamenti. Nonostante molte discussioni, possiamo dire che sono ancora assai pochi i marchi di lusso che sono emersi da mercati in rapida crescita come la Cina, o anche da mercati più maturi come il Nord America. L’Europa rimane il cuore commerciale e spirituale del lusso: un fattore importante, se consideriamo quanti vantaggi competitivi, specialmente nella manifattura, stanno migrando verso est. Una delle ragioni più importanti a spiegazione di questa situazione risiede in quelle che potremmo definire le proprietà culturali del marchio. Per «culturali» mi riferisco a quella reputazione nazionale, difficile da definire eppure assai rilevante, che si è sviluppata a livello regionale o locale in relazione sia a particolari capacità artigianali (pensiamo alla lavorazione della pelle a Firenze, per esempio) sia a una qualità specifica (le briglie in pelle colorate con tinture vegetali tipiche dell’Inghilterra). Ciò è spesso rafforzato da quello che si definisce «heritage», che corrisponde al lungo periodo di tempo durante il quale una particolare competenza è stata sviluppata in una data regione. Presi insieme, questi aspetti culturali e creativi (che contribuiscono alla reputazione del brand e della nazione stessa) rappresentano asset di «soft power» di grande rilevanza, importanti per il successo dell’industria del lusso anche quando non intesi in questa accezione. E la componente artigianale di questo «soft power» è un fattore critico intrinsecamente legato sia ai valori dei singoli brand sia a una più ampia reputazione nazionale.

    Credo anche che i brand del lusso non si limitino a essere beneficiari di un «soft power» nazionale positivo, ma che contribuiscano a loro volta, in una sorta di spirale virtuosa, alla reputazione del loro Paese fungendo da ambasciatori, ovvero comunicando (a clienti che si trovano in mercati rilevanti ma lontani) i nostri valori nazionali contemporanei in maniera più efficace e più significativa rispetto a quanto facciano i nostri governi. Analogamente, i settori indipendenti del lusso e del mestiere d’arte possono contribuire ai valori tangibili di autenticità ed esclusività. Élite è forse una brutta parola, ma perché non aspirare a essere i migliori? In Europa cerchiamo di essere una società aperta ed equa, il che contribuisce in maniera non irrilevante alla forza del nostro «soft power»: ma è una conquista che costa cara. Lottare per arrivare agli standard più elevati ripaga in termini di business globale, ma anche a livello locale può ingenerare una legittima aspirazione al miglioramento e un senso di prosperità.

    Vorrei quindi dire che sia i brand del lusso sia gli artigiani che nel lusso lavorano dovrebbero essere più fieri e consapevoli del loro contributo culturale e commerciale, da cui viene anche la responsabilità di mantenere gli standard elevati, di investire in nuove risorse, di combattere per preservare le nostre competenze più significative, di innovare. Dobbiamo anche, credo, essere preparati a lavorare più duramente per influenzare la classe politica e spiegare non solo quali siano le nostre credenziali in merito al «soft power», ma anche quali siano i nostri contributi all’economia, alle finanze pubbliche e all’occupazione. Alcuni governi trovano ancora difficile considerare le cose belle e ben fatte alla stregua delle produzioni industriali. E anche se tante piccole e micro imprese portano a numeri consistenti in termini di occupazione, esse tendono a essere troppo difficili da inquadrare da parte dei governi, che non potendole misurare non riescono a valorizzarle e tesaurizzarle. Ma non sono solo i politici quelli che dobbiamo persuadere. Dobbiamo fare in modo che i mestieri d’arte siano maggiormente presi in considerazione anche dai giovani, così che si possa disporre di più apprendisti per il futuro. Per quanto sia spinoso ammetterlo, nonostante alcuni recenti passi avanti il design è ancora visto come una disciplina assai più affascinante che non i mestieri del fare; una parte della soluzione sta dunque nel dare maggior prestigio ai mestieri d’arte, rendendoli così più attraenti.

  • Chi sa disegnare possiede un grande tesoro, diceva il sommo Michelangelo. E basterebbe ammirare il soffitto della Cappella Sistina per apprezzare appieno la portata di questa considerazione apparentemente elementare. Ma la maestria del leggendario artista italiano è andata ben oltre il disegno e la pittura: Michelangelo è stato scultore, architetto, poeta, e ha perfino studiato la rimozione e il trasporto dei pesanti blocchi di marmo necessari alla sua attività, dalla cava al suo laboratorio. Michelangelo incarna quindi la perfetta sintesi di fantasia e creatività, unite alle rigorose esigenze dell’arte del fare. Una sintesi che dopo la Rivoluzione industriale è divenuta sempre più rara, e che è stata via via sostituita da una progressiva specializzazione e frammentazione del lavoro. Questa perdita dell’ideale unità tra arte e mestiere, saper creare e saper fare ha in molti casi nuociuto all’intelligenza della mano: l’avvento della riproduzione in serie, la perdita progressiva di valore associato ai mestieri d’arte ha posto fortemente in crisi diverse attività artigianali d’eccellenza, profilandone in alcuni casi l’estinzione. Il ruolo del maestro artigiano, un tempo molto apprezzato, nel corso degli ultimi 50 anni è stato infatti minacciato dalla globalizzazione, dalla rivoluzione digitale e dai progressi tecnologici. La svalorizzazione di quello che produciamo con le mani ha creato un divario tra chi «pensa» alle cose, ovvero le progetta, e chi le fa.

    Questa difficile e delicata situazione ha attirato l’attenzione del businessman sudafricano Johann Rupert e dell’imprenditore, scrittore e mecenate italiano Franco Cologni. Insieme, i due (legati da un’amicizia di lunga data) hanno deciso di ridare valore alla creatività e all’alto artigianato, creando la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship: un’istituzione privata non-profit basata a Ginevra, che mira a colmare questo divario, ad avvicinare nuovi talenti alle professioni del fare, a stabilire il vero valore della competenza artigiana e a ispirare la nascita di nuove creazioni che riflettano la domanda e il gusto contemporanei.
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