0 recensioni
2
Una vita di trame preziose

-

Milano

Descrizione:

L'atelier di Pino Grasso è una delle eccellenze milanesi del ricamo, con un archivio di oltre 10.000 campioni e cinquant'anni di attività ed esperienza. Questo straordinario Maestro si è perfezionato negli atelier francesi più famosi e dal 1958 crea ricami a mano per le più prestigiose firme della moda italiana: Valentino, Lancetti, Raffaella Curiel, Gianfranco Ferrè, Gianni Versace, Giorgio Armani, Dolce e Gabbana, Prada, Gucci e tanti altri. Nel suo laboratorio, dove è affiancato dalla figlia Raffaella e da un team di disegnatrici e ricamatrici esperte, tutto è fatto a mano: il disegno, la campionatura, la scelta dei materiali, lo spolvero sul tessuto e ovviamente il ricamo. L'intuizione di Pino Grasso, la professionalità del suo lavoro, lo spirito di ricerca e sperimentazione, l'occhio sempre proiettato al futuro e la mano ferma nel ricercare una perfezione assoluta fanno del suo laboratorio uno dei più importanti della moda italiana. L'atelier inoltre è un approdo sicuro per gli stilisti che vogliano realizzare dei ricami preziosi per i propri abiti ma anche ricercare soluzioni innovative, materiali inaspettati e inventare nuove possibilità.

Photo credits: Laila Pozzo ed Emanuele Zamponi

Indirizzo

  • Mappa Artigiano

Contatti

  • Via Simone Orsenigo, 25, Milano, MI
  • : +39 02 54123049
  • : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Chiusura: domenica
  • Su appuntamento:
Credit Laila Pozzo
Credit Laila Pozzo
Credit Emanuele Zamponi
Credit Emanuele Zamponi
  • L’industria globale del lusso è tuttora dominata da marchi europei: e questo è un dato di fatto che nel medio termine non dovrebbe conoscere rilevanti cambiamenti. Nonostante molte discussioni, possiamo dire che sono ancora assai pochi i marchi di lusso che sono emersi da mercati in rapida crescita come la Cina, o anche da mercati più maturi come il Nord America. L’Europa rimane il cuore commerciale e spirituale del lusso: un fattore importante, se consideriamo quanti vantaggi competitivi, specialmente nella manifattura, stanno migrando verso est. Una delle ragioni più importanti a spiegazione di questa situazione risiede in quelle che potremmo definire le proprietà culturali del marchio. Per «culturali» mi riferisco a quella reputazione nazionale, difficile da definire eppure assai rilevante, che si è sviluppata a livello regionale o locale in relazione sia a particolari capacità artigianali (pensiamo alla lavorazione della pelle a Firenze, per esempio) sia a una qualità specifica (le briglie in pelle colorate con tinture vegetali tipiche dell’Inghilterra). Ciò è spesso rafforzato da quello che si definisce «heritage», che corrisponde al lungo periodo di tempo durante il quale una particolare competenza è stata sviluppata in una data regione. Presi insieme, questi aspetti culturali e creativi (che contribuiscono alla reputazione del brand e della nazione stessa) rappresentano asset di «soft power» di grande rilevanza, importanti per il successo dell’industria del lusso anche quando non intesi in questa accezione. E la componente artigianale di questo «soft power» è un fattore critico intrinsecamente legato sia ai valori dei singoli brand sia a una più ampia reputazione nazionale.

    Credo anche che i brand del lusso non si limitino a essere beneficiari di un «soft power» nazionale positivo, ma che contribuiscano a loro volta, in una sorta di spirale virtuosa, alla reputazione del loro Paese fungendo da ambasciatori, ovvero comunicando (a clienti che si trovano in mercati rilevanti ma lontani) i nostri valori nazionali contemporanei in maniera più efficace e più significativa rispetto a quanto facciano i nostri governi. Analogamente, i settori indipendenti del lusso e del mestiere d’arte possono contribuire ai valori tangibili di autenticità ed esclusività. Élite è forse una brutta parola, ma perché non aspirare a essere i migliori? In Europa cerchiamo di essere una società aperta ed equa, il che contribuisce in maniera non irrilevante alla forza del nostro «soft power»: ma è una conquista che costa cara. Lottare per arrivare agli standard più elevati ripaga in termini di business globale, ma anche a livello locale può ingenerare una legittima aspirazione al miglioramento e un senso di prosperità.

    Vorrei quindi dire che sia i brand del lusso sia gli artigiani che nel lusso lavorano dovrebbero essere più fieri e consapevoli del loro contributo culturale e commerciale, da cui viene anche la responsabilità di mantenere gli standard elevati, di investire in nuove risorse, di combattere per preservare le nostre competenze più significative, di innovare. Dobbiamo anche, credo, essere preparati a lavorare più duramente per influenzare la classe politica e spiegare non solo quali siano le nostre credenziali in merito al «soft power», ma anche quali siano i nostri contributi all’economia, alle finanze pubbliche e all’occupazione. Alcuni governi trovano ancora difficile considerare le cose belle e ben fatte alla stregua delle produzioni industriali. E anche se tante piccole e micro imprese portano a numeri consistenti in termini di occupazione, esse tendono a essere troppo difficili da inquadrare da parte dei governi, che non potendole misurare non riescono a valorizzarle e tesaurizzarle. Ma non sono solo i politici quelli che dobbiamo persuadere. Dobbiamo fare in modo che i mestieri d’arte siano maggiormente presi in considerazione anche dai giovani, così che si possa disporre di più apprendisti per il futuro. Per quanto sia spinoso ammetterlo, nonostante alcuni recenti passi avanti il design è ancora visto come una disciplina assai più affascinante che non i mestieri del fare; una parte della soluzione sta dunque nel dare maggior prestigio ai mestieri d’arte, rendendoli così più attraenti.

  • Era nelle intenzioni del suo fondatore, il collezionista e studioso londinese Herbert Percy Horne, fare della propria dimora la sede prestigiosa dove conservare le sue collezioni, ma anche un luogo pulsante di vita utile a conoscere la storia e l'arte. Nelle sale del museo Horne il Santo Stefano di Giotto emerge in tutta la sua importanza, ma la collezione comprende anche autori come Filippo Lippi, Bernardo Daddi, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Dosso Dossi, Antonio Rossellino, Jacopo Sansovino, Agnolo di Polo, Jacopo del Sellaio, Luca Signorelli, Pietro di Giovanni d’Ambrosio, Niccolò di Segna, Piero di Cosimo, Desiderio da Settignano, Bartolomeo Ammannati, Lorenzo di Credi, Carlo Dolci, Gian Lorenzo Bernini, Domenico Beccafumi, il Giambologna e una preziosissima tavola di Masaccio: i pezzi esposti sono oltre seimila.
    Dalla fine dell'Ottocento questi capolavori insoliti di pittura, scultura, ceramica, oreficeria, mobili, placchette, sigilli e stoffe convivono elegantemente e in piena armonia nella sede di palazzo Corsi, nel quartiere di Santa Croce a Firenze.

Lasciati Ispirare
Recensioni
0 recensioni

QUALITÀ ARTIGIANALE

0 recensioni

COMPETENZA E PROFESSIONALITÀ

0 recensioni

ORIGINALITÀ

0 recensioni

ATMOSFERA E AMBIENTE

0 recensioni

SERVIZIO E CORTESIA

0 recensioni

RAPPORTO QUALITÀ-PREZZO

0 recensioni
Ordina per
Pino Grasso
{"lat":45.4551788,"lng":9.2153996}

La mia reputazione

La parola a chi mi conosce

Servizi:

Domande e risposte