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19 04 2017

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Un nuovo umanesimo
Jennifer Righetti
Chi sa disegnare possiede un grande tesoro, diceva il sommo Michelangelo. E basterebbe ammirare il soffitto della Cappella Sistina per apprezzare appieno la portata di questa considerazione apparentemente elementare. Ma la maestria del leggendario artista italiano è andata ben oltre il disegno e la pittura: Michelangelo è stato scultore, architetto, poeta, e ha perfino studiato la rimozione e il trasporto dei pesanti blocchi di marmo necessari alla sua attività, dalla cava al suo laboratorio. Michelangelo incarna quindi la perfetta sintesi di fantasia e creatività, unite alle rigorose esigenze dell’arte del fare. Una sintesi che dopo la Rivoluzione industriale è divenuta sempre più rara, e che è stata via via sostituita da una progressiva specializzazione e frammentazione del lavoro. Questa perdita dell’ideale unità tra arte e mestiere, saper creare e saper fare ha in molti casi nuociuto all’intelligenza della mano: l’avvento della riproduzione in serie, la perdita progressiva di valore associato ai mestieri d’arte ha posto fortemente in crisi diverse attività artigianali d’eccellenza, profilandone in alcuni casi l’estinzione. Il ruolo del maestro artigiano, un tempo molto apprezzato, nel corso degli ultimi 50 anni è stato infatti minacciato dalla globalizzazione, dalla rivoluzione digitale e dai progressi tecnologici. La svalorizzazione di quello che produciamo con le mani ha creato un divario tra chi «pensa» alle cose, ovvero le progetta, e chi le fa.

Questa difficile e delicata situazione ha attirato l’attenzione del businessman sudafricano Johann Rupert e dell’imprenditore, scrittore e mecenate italiano Franco Cologni. Insieme, i due (legati da un’amicizia di lunga data) hanno deciso di ridare valore alla creatività e all’alto artigianato, creando la Michelangelo Foundation for Creativity and Craftsmanship: un’istituzione privata non-profit basata a Ginevra, che mira a colmare questo divario, ad avvicinare nuovi talenti alle professioni del fare, a stabilire il vero valore della competenza artigiana e a ispirare la nascita di nuove creazioni che riflettano la domanda e il gusto contemporanei.
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Passare il testimone
Jennifer Righetti
I 110 giovani talenti scelti per il progetto «Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di Eccellenza», che permette ai migliori maestri d’arte di trasmettere i segreti del loro mestiere agli artigiani del futuro, sono stati festeggiati a Milano con un evento speciale. Se potessi scegliere un mentore, una guida, qualcuno che sappia padroneggiare la propria arte, foggiando con amore e cura i segreti di un saper fare inestimabile, chi sarebbe? Questa è la domanda che alcuni dei più promettenti artigiani italiani hanno la fortuna di porsi direttamente, grazie a un progetto speciale promosso dalla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte, un’istituzione che ha fatto della salvaguardia del rapporto tra maestro e allievo la sua mission: un rapporto in cui la conoscenza dell’uno rafforza l’entusiasmo crescente dell’altro. «L’opportunità che diamo a questi ragazzi di lavorare con qualcuno che sa non solo creare, ma anche e soprattutto insegnare, quindi un vero maestro, è quel che apprezzo di più in questo progetto», racconta Alberto Cavalli, direttore della Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte. «Da un lato questa capacità di tramandare una professione bellissima, e dall’altro il bisogno di imparare e perfezionare le proprie competenze: insieme questi due elementi possono irradiare una grande energia!». La Fondazione Cologni ha ideato il progetto «Una Scuola, un Lavoro» e fin dal suo avvio, nel 2011, ha finanziato tirocini extra-curricolari per giovani scelti tra i migliori diplomati e laureati delle scuole di arti e mestieri d’Italia, permettendo loro di trascorrere sei mesi fianco a fianco a un grande maestro artigiano.
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Il Museo Horne di Firenze
Maria Pilar Lebole
Era nelle intenzioni del suo fondatore, il collezionista e studioso londinese Herbert Percy Horne, fare della propria dimora la sede prestigiosa dove conservare le sue collezioni, ma anche un luogo pulsante di vita utile a conoscere la storia e l'arte. Nelle sale del museo Horne il Santo Stefano di Giotto emerge in tutta la sua importanza, ma la collezione comprende anche autori come Filippo Lippi, Bernardo Daddi, Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Dosso Dossi, Antonio Rossellino, Jacopo Sansovino, Agnolo di Polo, Jacopo del Sellaio, Luca Signorelli, Pietro di Giovanni d’Ambrosio, Niccolò di Segna, Piero di Cosimo, Desiderio da Settignano, Bartolomeo Ammannati, Lorenzo di Credi, Carlo Dolci, Gian Lorenzo Bernini, Domenico Beccafumi, il Giambologna e una preziosissima tavola di Masaccio: i pezzi esposti sono oltre seimila.
Dalla fine dell'Ottocento questi capolavori insoliti di pittura, scultura, ceramica, oreficeria, mobili, placchette, sigilli e stoffe convivono elegantemente e in piena armonia nella sede di palazzo Corsi, nel quartiere di Santa Croce a Firenze.

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02 02 2017

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Dipinti di pietra
Mariagabriella Rinaldi
La tradizione splendida del mosaico in pietre dure ha origine nel Rinascimento italiano e trova oggi nella bottega Le Pietre nell’Arte della famiglia Scarpelli a Firenze, nel cuore della città, la sua naturale prosecuzione, nel segno dell’assoluta e riconosciuta eccellenza. Questo particolare mosaico, che consente effetti pittorici e decorativi stupefacenti, è definito «commesso fiorentino»: dal latino committere, che significa mettere insieme, unire.
Nasce nella seconda metà del ’400, ma diviene un’arte grazie all’illuminata politica di mecenatismo della famiglia de’ Medici, prima con il granduca Francesco I e poi con Ferdinando I, fondatore nel 1588 del glorioso Opificio delle pietre dure. I Medici formarono in particolare nelle manifatture fiorentine le maestranze specializzate necessarie a realizzare la magnifica cappella dei Principi in San Lorenzo, capolavoro di questa tecnica. Con l’intarsio delle pietre dure semipreziose furono realizzate opere di straordinario valore, dai mobili agli oggetti d’arredo, fino a magnifiche copie di quadri figurativi, che resero i maestri fiorentini celebri nel mondo per invenzione e tecnica, fino al tramonto della dinastia medicea e lorenese, alla fine del XIX secolo.
L’antica e ardua lavorazione del commesso è la stessa che perpetuano ancora oggi i maestri artigiani Renzo e Leonardo Scarpelli, padre e figlio: padroneggiando con ineguagliabile abilità tutte le fasi di questa tecnica preziosa, dalla scelta delle pietre alla macchiatura al taglio, dalla levigatura alla lucidatura, realizzano stupefacenti «pitture di pietra» sfruttando tutte le sfumature e varietà di colore delle pietre naturali. I loro quadri raggiungono una carica espressiva e una delicatezza pittorica che non smette di suscitare meraviglia, perché non ti aspetti tanta bellezza realizzata in un materiale duro e difficile come la pietra... I paesaggi toscani, Firenze e l’Arno, bambini e animali che giocano, scene campestri, marine, nature morte, fiori, gioielli, oggetti e miniature, riproduzioni di quadri famosi... ci emozionano per la loro poesia e perfetta esecuzione. La tecnica è estremamente difficile e infatti i maestri in attività oggi si contano sulle dita di una mano, e con fatica. Come ha dichiarato Renzo, fondatore dell’ormai celebre bottega fiorentina di via Ricasoli, a pochi passi dal Duomo, dall’Accademia di Belle Arti e dall’Opificio, meta di appassionati e turisti da tutto il mondo, il mosaicista deve essere «un po’ artista e un po’ artigiano». Ma aggiunge che «se non ha pazienza, tecnica e talento, è inutile provare: quelle qualità nessuno gliele può dare».
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13 12 2016

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Lo spazio danza con me
Ugo La Pietra
Ancora oggi il design è, pur sempre, una giovane disciplina! Lo dimostra il fatto che non ha mai individuato un’area autonoma di ricerca rispetto alla produzione e al consumo e, come giovane disciplina, negli anni ha spesso parassitato aree di ricerca ai confini del suo ambito disciplinare: l’industria bellica nel dopoguerra, l’arte programmata negli anni Sessanta, l’architettura negli anni Cinquanta e Sessanta, l’arredamento dagli anni Trenta a oggi e più recentemente l’artigianato e l’arte applicata. Tra i tanti autori che hanno saputo trasferire particolari esperienze da una disciplina a un’altra, ho sempre pensato di dover indicare Fabio Novembre. Novembre ha saputo portare alcuni contributi al mondo del design trasferendoli dal mondo dell’«arredamento scenografico» di cui è stato più volte protagonista all’inizio della sua attività. Ricordo lo show-room Bisazza a Berlino e Barcellona. L’Hotel Una Vittoria di Firenze, il negozio Tardini a New York, il Café Atlantique a Milano, e tante installazioni che Novembre sviluppa nello spazio con lo stesso spirito e attitudine di un grande scenografo.
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15 11 2016

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Talento artigiano in scena
Alessandra de Nitto
L'Italia dell'alto artigianato, del savoir faire manuale d'eccezione diffuso da nord a sud in tutto il territorio, isole comprese, trova per la prima volta una ribalta straordinaria grazie all'importante progetto promosso dal Gruppo Editoriale, con Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte e Osservatorio dei Mestieri d'Arte di Firenze.
Nasce un'iniziativa ambiziosa e inedita, che si propone di dare spazio e visibilità alle moltissime realtà artigiane di assoluta eccellenza che connotano in maniera unica il nostro Paese, suscitando l'ammirazione del mondo e divenendo meta del turismo più colto e responsabile. In che modo? Attraverso un portale e una guida cartacea, che condividono lo stesso titolo “Italia su misura”, quanto mai significativo ed evocativo.
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14 11 2016

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Quel vezzo che fa chic
Karine Vergniol
«Da che mi ricordo, ho sempre portato un ventaglio...» dice Raphaëlle de Panafieu, trentenne parigina, ricordando come il padre (che viaggiava spesso in Asia) quando era piccola portasse ogni volta a lei e alle sue due sorelle proprio un ventaglio. Un giorno ne volle acquistare uno con i suoi soldi: ma i ventagli asiatici, così come quelli spagnoli che trovava sui lungomare delle spiagge, non erano affatto di suo gusto. Certo, svolgevano sempre la loro funzione, ma erano troppo “asiatici” o troppo “spagnoli”: non corrispondevano insomma alla moda. Lei voleva qualcosa di meglio. Ed è così che è iniziata l’avventura. 2009: Raphaëlle lavora per Ventilo, marca di prêt-à-porter femminile dell’alto di gamma, in qualità di responsabile della ricerca presso i department stores asiatici, dell’America del Nord e del Medio Oriente. Eloïse Gilles, dopo essere passata per Louis Vuitton, lavora sulle marche di lusso e sulla loro identità. Hanno appena trent’anni. E insieme decidono di resuscitare il ventaglio. 
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20 07 2016

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Restauro del nuovo
Isabella Villafranca Soissons

Negli ultimi decenni è diventato «di gran moda» avvicinarsi all’arte contemporanea, un’appassionante avventura che assomiglia a un Grand tour moderno intrapreso in un mondo globale, affollato, poliedrico e a volte contraddittorio; direttori di musei, curatori, galleristi, collezionisti, artisti, responsabili delle case d’aste non hanno più ruoli precisi ma li scambiano, le professioni si fondono e i loro confini divengono sempre più sfumati.

La produzione artistica dei nostri giorni si differenzia in modo sostanziale da quella del passato non solo per la moltitudine dei materiali utilizzati ma, soprattutto, per aver aperto la via a nuove forme di collezionismo, a nuove figure professionali, a diversi rapporti tra gli operatori del settore, a differenti approcci etici e a nuove modalità conservative. L’opera d’arte contemporanea è spesso realizzata per contesti del tutto diversi da quelli museali, con lo scopo di sollecitare nuovi spunti di riflessione, mettere in crisi certezze consolidate, imponendoci di meditare sul concetto di effimero in netta contrapposizione con l’arte antica pensata per essere conservata e tramandata nel tempo.

La rottura con il passato avviene dalle Avanguardie artistiche in poi: gli artisti utilizzano nuove forme espressive per rappresentare la realtà storica e tecnologica. Per mettere in atto questo cambiamento si rivolgono a materiali presenti nella vita quotidiana, utilizzando una copiosa varietà di elementi non tradizionali assemblati spesso in modo ardito: contenitori di plastica, lampadine, cemento, sacchi della spazzatura, ma anche materiali di natura organica (sangue, letame, pelli animali ecc.). L’intento dell’artista non è più rivolto, come in passato, alla scelta di materiali costitutivi durevoli, bensì al concetto che vuole trasmettere e che a volte si traduce proprio nell’implosione dell’opera stessa.

Il rinnovamento totale del concetto di opera, la sperimentazione di nuove materie e tecniche, l’introduzione della dimensione dinamica e spazio-temporale, portano alla necessità di sviluppare un differente approccio al restauro; nasce così una nuova figura di restauratore, o meglio conservatore, che si pone nei confronti dell’opera con un approccio multiforme e interlocutorio.

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16 11 2015

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Un'eredità di cultura e bellezza
Akemi Okumura Roy
In Giappone la tradizione è importante quanto il progresso e l’uno non può esistere senza l’altro. Il Giappone fu il primo Paese al mondo a costruire un intero sistema ferroviario dedicato agli Shinkansen, i famosi treni ad alta velocità che saettano senza sosta tra futuristiche e affollate città, dove centinaia di grandi magazzini dedicano, ancora oggi, interi piani ai kimono e ai prodotti dell’artigianato nipponico. Nella culla della tecnologia, il teatro Kabuki e la lotta Sumo sono ancora estremamente popolari. L’origine dei Manga è più antica e nobile di quanto gli appassionati lettori occidentali possano immaginare e la storia del Giappone è affidata tanto alla tecnologia quanto agli Ukiyo-e, le stampe artistiche realizzate con la tecnica delle matrici di legno.

In Giappone ciò che è vecchio e antico rappresenta saggezza e conoscenza, non solo tradizione. In anticipo sul resto del mondo, nel 1950 il governo giapponese promulgò la Legge per la protezione delle proprietà culturali, nella quale veniva riconosciuto il valore intangibile della cultura vivente, assimilandola a monumenti, siti e manufatti. Fu così che il Giappone istituì i Conservatori di proprietà culturali intangibili, familiarmente noti come Ningen Kokuho, Tesori nazionali viventi. Si tratta di maestri in arti e tecniche, in giapponese Waza, che hanno raggiunto un supremo livello di perizia sia individualmente sia collettivamente. I Tesori nazionali viventi sono designati e tutelati dal ministero dell’Educazione, cultura, sport, scienza e tecnologia attraverso l’agenzia per gli Affari culturali. Inoltre, il governo sostiene ciascun «Conservatore» con una sovvenzione annua di due milioni di yen. La legge prevede fino a 116 Tesori nazionali viventi nelle arti recitative e musicali e nei mestieri d’arte e attualmente gli insigniti sono 114. La categoria delle arti recitative e musicali include: Nohgaku (dramma musicale classico), Gagaku (antiche musiche e danze di corte), Bunraku (teatro delle marionette), Kabuki (opere di danza e musica interpretate esclusivamente da uomini), Kumi Odori (danza narrativa), Engei (forme recitative popolari), Musica e danza. Quella dei mestieri d’arte: Ceramiche, Tessili, Urushi (lacca naturale giapponese), Lavorazione del metallo, del Legno, della Carta, Bambole.
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