La straordinaria ricchezza di competenze e sensibilità che ne ha intagliato la storia rende l’Italia il luogo principe dove la sapienza comune può prendere forma. Basta distinguere fra arte e arti…
Flaminio Gualdoni

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Una volta avvenne che Annibale Carracci, mentre il fratello Agostino era impegnato in una dotta dissertazione sul Laocoonte e sulle virtù mirabili dell’arte degli antichi, si mise a disegnare su un muro il famoso gruppo scultoreo. Interrogato sul perché di questo suo gesto egli rispose: «Noi altri dipintori habbiamo da parlare con le mani». L’aneddoto è celebre e quanto mai pertinente per ragionare, oggi, su quanto l’artifex bonus, l’artefice che sa attraverso il proprio stesso fare, sia figura radicatissima nella nostra tradizione artistica, e a un tempo quanto possa essere nuovamente attuale. Parlare con le mani è quanto fanno non solo i «dipintori», ma tutti coloro che le tecniche delle arti rendono partecipi, in gradazione d’importanza e responsabilità, ma in pari necessità, del processo fervido e a tratti sapienziale del fare.

Era così nella bottega rinascimentale nella quale, contrariamente all’opinione corrente, non si producevano solo capolavori, ma in unico processo le opere di gran committenza e quelle che oggi chiameremmo arti applicate: presso Bernardo di Stefano Rosselli, tra fine ’400 e inizio ’500, per esempio, a fianco di pale d’altare e tavole dipinte sappiamo che si fabbricavano anche pitture su carta e pergamena, ceri ornati, gessi colorati, stemmi, decorazioni per travi, cornici, letti, mobili, gabbie per pappagalli, tessuti dipinti, insegne di botteghe e alberghi, specchi, targhe, panieri. Giovanni Paolo Lomazzo, pittore e teorico, nel tardo ’500 parla degli artefici, di «alcuni moderni eccellenti nelle arti loro» che sono, oltre a pittori, scultori, architetti, «matematici, intagliatori di stampa e di arte così in legno come in rame e ferro, orefici, cuniatori di medaglie, tornitori d’ovati, statuari, machinatori, ricamatori e ricamatrici, plastificatori, miniatori, maestri di lima, inventori del dar il lustro al ferro, intagliatori di basso rilievo nel ferro, periti nell’arte della gemina, intagliatori ne’ camei e nel cristallo, orologieri, scalpellini, inventori di organi idraulici, prospettivi, amolatori di piastre, gittatori, stuccatori e arazzieri». Erano questi uomini d’arte, tutti coloro che condividevano un sapere, un saper fare, un gusto. Quando i lavori condotti «industriosamente dalla dotta mano», così il Vasari, dei grandi artisti saranno valutati diversamente dalle prove degli altri uomini d’arte, accadrà non solo che, come lamenta nel ’700 Jean-Baptiste abbé du Bos, «il desiderio di essere reputato un genio universale degrada molti artigiani», ma anche che si perda di vista il fatto naturale che il carisma dell’artista sia solo un’eccellenza intellettuale rispetto alla solida, conosciuta, condivisa, sapienza comune; che l’ingenium non possa non rilevare laddove non sia ars.

L’Italia è il luogo per eccellenza in cui non solo ciò è stato, ma ancora è, in ragione della continuità senza soluzioni e della solidità dell’area creativa e fabrile circostante l’arte «pura» che, secondo le parole dello storico dell’economia Enrico Stumpo, «ha permesso probabilmente di integrare l’economia manifatturiera di centri famosi come Firenze, Venezia, Genova, Roma o Milano, con una produzione diversificata di oggetti non solo artistici ma sicuramente di lusso, armi, gioielli, argenterie, libri, strumenti musicali, addobbi, mobili, ceramiche e maioliche, quadri, statue, stucchi, monete, medaglie, stampe, incisioni, specchi, lampadari». È un ambito che dal ’400 si inoltra pienamente nel ’900 e giunge ai giorni nostri, a una «economia dello sfarzo» e a un lusso dell’intelligenza che chiamiamo design e alta moda, e in generale made in Italy; un sapere che, attraverso fortune, non promette d’essere tanto modernamente antico, quanto anticamente moderno. Nel ’700 Mary Wortley Montagu scriveva: «Più percorro l’Italia e più mi convinco che gli Italiani sono dotati in tutto e per tutto – mi si passi l’espressione – di uno stile che li distingue in maniera quasi determinante dagli altri popoli europei. Non saprei dire da dove abbiano saputo trarlo, se dal genio naturale o dall’imitazione degli antichi, o per semplice ereditarietà. Che esso esista è fuori di dubbio».

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      L’artigianato si confronta apertamente con la tecnologia attraverso il progetto di pezzi unici e customized, con la possibilità di replicare la produzione senza perdere l’unicità.
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